L’ecostenibilità è oramai un concetto assodato. Siamo consapevoli dell’importanza dell’approccio green nei nostri progetti, sia se ci occupiamo di architettura che di design industriale o dei servizi. Fonti di energia rinnovabili e piante vegetali vengono sempre più spesso introdotti nel mondo del design. Ma cosa succede se sono proprio le piante a produrre energia?

Una risposta viene data dalla designer svizzera Fabienne Felder che ha lavorato in collaborazione con la Cambridge University alla creazione di una radio alimentata da piante vegetali. Più precisamente da piante di muschio. La fotosintesi produce infatti elettroni i quali vengono catturati e trasformati in energia elettrica da apposite pile denominate a combustile microbiologico.  

Attualmente questa approccio energetico è allo stato embrionale, nonostante ciò lascia presupporre interessantissimi scenari progettuali. Ecco il video della prima radio alimentati a vegetali.

http://vimeo.com/83805106

http://bit.ly/1xL5HSe

Filippo Ogliani

architect at Bamboostudio

Slide Panel con CSS3

Partendo dalla necessità di inserire uno slide panel in un sito internet e mirando ad un impiego limitato di plugin jQuery consiglierei la tecnica descritta nell’ottimo articolo presente in questo link.

La particolarità, nonché il punto di forza è l’impiego del concetto di Progressive enhancement(anche se puramente introdotta). 

Il Progressive enhancement è una strategia impiegata nel web design che utilizza le tecnologie web a più livelli, per permettere a chiunque di accedere a contenuti e funzionalità di base del sito (o della web app) indipendentemente dal browser o dalla connessione utilizzata, fornendo anche una versione migliorata della pagina per coloro che dispongono di un browser più avanzato o maggiore larghezza di banda.

Unica variazione introdotta rispetto a quanto riportato nell’articolo è stata l’inserimento di un blocco supplementare all’interno del div .menu dovuto dalla necessità di rendere il contenuto “scrollabile”, introducendo così la possibilità di avere un contenuto di altezza superiore a quella del viewport.

Gli stili associati a questo nuovo div saranno i seguenti: 

#nuovo_div {

height: 100%;
overflow-x: hidden;
overflow-y: auto;
padding: 20px;
width: 100%;

}

Con l’introduzione di quanto indicato sarà possibile aggiungere tutto il contenuto necessario, senza tener conto dell’altezza.

nicola pagani, developer at bamboostudio

Iso Isetta

Ricercare la diversità, l’innovazione, offrire il proprio punto di vista nella piena libertà creativa, svincolando il più possibile il pensiero dalle costrizioni, qualche giorno fa in una notte più insonne di altre mi è capitato di imbattermi in uno di quei documentari fatti a regola d’arte che la Rai programma a orari impossibili per non farli vedere a nessuno: si parlava del solito miracolo economico, di quanto erano belli gli anni sessanta e come tutti erano felici ma tra le varie cose, più o meno condivisibili, si parlava di quel miracolo che Renzo Rivolta, fondatore della Iso Rivolta fece dagli anni cinquanta fino alla fine degli anni settanta.
Una piccola premessa per inquadrare in Nostro e il suo spessore da vero imprenditore italiano, partendo dalla produzione di refrigeratori elettrici e caloriferi a Bolzaneto nei pressi di Genova, distrutti completamente nel ’41 dai bombardamenti, nel ‘42 non si dà per vinto e sposta tutta la sua produzione e la sua vita a Bresso in provincia di Milano.

Dopo la conclusione della Seconda Guerra Mondiale, inizia a diversificare la produzione, iniziando con le motociclette per poi fare il grande salto con la produzione di automobili e da qui inizia la storia della nostra Iso Isetta.
La Iso Isetta è quella che oggi definiremmo una microcar, tipologia molto diffusa in Europa sopratutto negli anni cinquanta. L’esigenza di produrre questo tipo di autovetture nasceva dal fatto che dopo la Seconda Guerra Mondiale le risorse economiche si fecero scarse e nel ’56 la situazione di rese ancora più complicata per la Crisi di Suez; per incentivare la motorizzazione dei vari Paesi si doveva produrre qualcosa al massimo dell’economia.
La Iso Isetta rappresenta la soluzione a un periodo sociale e storico piuttosto complesso, per la progettazione Renzo Rivolta si affida a due giovani con esperienza in campo aeronautico, Pierluigi Raggi e Ermenegildo Preti, la filosofia costruttiva è del tutto innovativa per il tempo, privilegiare il comfort e la comodità dei passeggeri, partendo quindi dalla cella abitativa attorno alla quale si sarebbe inserito la meccanica e modellata la carrozzeria, privilegiando ovviamente la forma aerodinamica.
Con queste caratteristiche nasce nell’estate del ’52 il primo prototipo, caratteristica forma a “uovo” con la presenza di un unico portellone frontale che costituisce il muso dell’autovettura e meccanica di derivazione motociclistica.

Dopo qualche riallineamento di carattere formale e di natura tecnica, la Iso Isetta viene presentata ufficialmente il 22 aprile del 1953 durante il Salone dell’automobile di Torino, al tempo massima rassegna espositiva automobilistica italiana tra le principali del mondo, fra lo stupore generale del pubblico.
Lo scalpore nasceva per una configurazione del tutto innovativa e inusuale del suo corpo macchina e per una razionale e ben riuscita disposizione di tutto il necessario per prediligere comfort e vivibilità dei passeggeri, la vetratura molto ampia offriva una visibilità da autentica berlina di lusso con la possibilità di “srotolare” letteralmente il suo tetto in tela per trasformarla in una vettura aperta.

Geniali è dire poco!

Purtroppo l’alto contenuto innovativo del progetto non aiutò la sua commercializzazione, in Italia ne furono costruite solo 1420 esemplari, quelle esistenti oggi sono rarissime.
Per la sua promozione si scelse di farla gareggiare alla Mille Miglia del 1954, dove si distinse per la sua alta tenuta di strada ma nonostante i lusinghieri risultati sportivi le vendite non decollarono mai.

Dopo circa un anno dal debutto, Rivolta strinse accordi con la BMW, che in quegli anni era in crisi profondissima dovuta ai postumi della guerra e agli insuccessi dei modelli proposti. Fu infatti in Germania che le microvetture di diffusero maggiormente, altri Paesi invece ignorarono letteralmente il fenomeno. Possiamo quindi dire che il successo della Smart, molti anni dopo, è nato anche per le lontane intuizioni di Rivolta.
Seguirono altri accordi commerciali, l’Isetta fu prodotta su licenza in altri Paesi, in Sudamerica con il marchio Romi, in Francia con il marchio Velam e anche negli Stati Uniti.

La prossima volta che mi troverò nel tentacolare traffico milanese cercherò di immaginarmi alla guida della mia Isetta, guardando con faccia annoiata quei tapini rinchiusi nelle loro macchine tutte uguali.

Qualche info in più a questo link.

marco balduzzi

powered in bamboostudio

Anche quest’anno è arrivato Agosto, Milano si svuota e l’atmosfera si rilassa. Cosa significa? Il blog di Bamboostudio va in vacanza!  

Torneremo a Settembre continuando ad occuparci come sempre di Architettura, Design, Comunicazione e Web, avremo nuove sezioni e nuove iniziative editoriali. Non mancheranno le sorprese! 
Arrivederci a Settembre e buona estate a tutti!

Picture copyright © 2009 Josef Hoflehner

Ottenere una lista di posts correlati in Wordpress

All’interno di un tema può essere utile ottenere una lista di post correlati a quello in visione, basandosi sulle tassonomie ad esso associate.

Le problematiche principali sono relative la possibilità che il post sia in più tassonomie e la necessità di escludere ovviamente il post in visualizzazione.

Tramite l’impiego della funzione WP_Query e di argomenti definiti sarà possibile ottenere il corretto risultato, definendo anche il numero esatto di posts correlati che ci interessa.

 Funzione “Related Posts” (Runnable)

nicola pagani, developer at bamboostudio

Spazi fisici e digitali

In qualità di architetto, con una decina d’anni di esperienza anche in progetti di comunicazione, devo ammettere che uno dei settori che più mi sta attraendo è quello del retail, per la grande rivoluzione che sta affrontando. Premetto che progettare spazi in cui far muovere le persone stabilendo anche, con un po’ di presunzione, come farle muovere, è uno degli aspetti più allettanti della mia professione.

In ambito retail questi “movimenti” stanno cambiando ormai da qualche tempo, gli spazi fisici sono stati affiancati dagli spazi digitali e ciò ha letteralmente tracciato nuovi percorsi di cui disporre per portare a termine il proprio acquisto.

Showrooming e ROPO indicano le nuove modalità d’acquisto del cliente, a seconda che “invada” prima lo spazio fisico e a seguire quello digitale o viceversa. In altre parole, se si reca in negozio per vedere o provare un prodotto che poi acquista online è in modalità showrooming, al contrario, se ricerca informazioni online per poi procedere all’acquisto offline applica il ROPO (acronimo di Research Online, Purchase Offline).

Non mi addentro in dettagli di competenza dei marketing manager, sottolineo solo che l’esperienza d’acquisto del consumatore è cambiata e cambierà sempre più se consideriamo il fatto che i nuovi consumatori sono e saranno per forza di cose sempre più nativi digitali. Il negozio fisico non potrà scomparire, ma ritengo che dovrà aggiornare i propri spazi a queste dinamiche.

roberto zanolettiarchitect at bamboostudio

Infinite Diversità in Infinite Combinazioni

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Ci piace pensare che il nostro lavoro possa essere influenzato da questo pensiero.

Cercare di mantenere e riprodurre la varietà culturale come salvaguardia delle diversità e spinta verso il progresso e l’innovazione.

Crediamo che le differenze possono combinarsi per creare nuova verità e bellezza, in altre parole una sostenibilità culturale a tutto tondo capace di riprodurre varietà culturale e di pensiero.

A tal proposito vorrei ricordare le parole del monaco buddista Kenkô e le riflessioni di Ken Tadashi Oshima riguardo la casa minima che trovano eco ancora oggi nel modo estremo di abitare dell’architettura residenziale contemporanea.

Il tema è particolarmente sentito da molte generazione di Architetti di diverse nazionalità. Il CIAM degli anni trenta aveva dedicato particolare attenzione alla casa minima, così come il MoMA nel quarantacinque e nel quarantanove con Marcel Breuer.

«Una casa, lo so bene, non è che una dimora temporanea, ma che gioia trovarne una dalle proporzioni armoniose e dall’atmosfera piacevole. 

In qualche modo si ha l’impressione che persino la luce della luna, quando illumina l’interno della tranquilla dimora di una persona di buon gusto, abbia un effetto più intenso ed emozionante che altrove. Anche se non è alla moda o decorata in modo elaborato, una casa ci piacerà per la sua bellezza senza pretese, per un boschetto di alberi dall’aria indefinibilmente antica; per un giardino in cui le piante, crescendo in modo spontaneo, hanno un fascino particolare; per una veranda e uno steccato di legno traforato costruiti in modo interessante; e per qualche oggetto personale lasciato in giro con noncuranza, che dà al luogo un senso di vissuto. Una casa che è stata lucidata con ogni cura da uno stuolo di operai, in cui sono in bella mostra strani e rari mobili cinesi e giapponesi e persino l’erba e gli alberi del giardino non vengono fatti crescere in modo naturale, è brutta a vedersi e molto deprimente. Come si può vivere a lungo in un posto simile? Anche lo sguardo più distratto noterà quanto è probabile che una casa così si trasformi in fumo in un istante.» Kenkô

Un parallelo potrebbe essere fatto con la “capanna primitiva” reso immortale da Marc-Antoine Laugier (1711-1769), con la struttura a quattro colonne che sostiene la trabeazione e l’idea di Kenkô che non voleva descrivere una forma specifica o definire la bellezza assoluta.

Entrambi però suggerivano il sostanziale ritorno alle origini, attraverso “un ripensamento di ciò che si fa abitualmente, un tentativo di dare nuova validità alle azioni di tutti i giorni” proponendo sia di un nuovo spazio che di una nuova struttura in cui abitare mantenendo la loro richiesta primaria, di vivere in sintonia con i cicli del giorno della notte, delle stagioni e degli anni – “collegando così tra loro le abitazioni dell’uomo nel passato, presente e futuro”.

L’alloggio minimo non impone solo un abitare minimo, ma anche una diversa percezione degli elementi e una sapiente integrazione con il circostante (quasi deandreiano), urbano e naturale. 

Proponendo un abitare minimo ci si interroga su cosa sia assolutamente necessario per vivere e dimorare in una casa.

La casa minima è vitale oggi quanto lo era subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. 

“L’idea dell’abitazione minima continua a evolversi in modo metabolico anche attraverso il presente” portando all’estremo la premessa “Less is more”.

Stefano Pigazzani

Costruire le differenze

Il mondo é nelle mani di coloro che hanno il coraggio di sognare e correre il rischio di vivere i propri sogni (Paulo Coelho).

Nel mio lavoro sono a contatto con tantissime persone, di varia natura, costantemente mi meraviglio della varietà e della complessità umana, persone a loro modo eccezionali che con coraggio e a volte incoscienza, riescono a superare ogni prova che gli si prospetti davanti.

Recentemente ho fatto un incontro del tutto particolare, ho incontrato Andrea Ghiozzi, della Antica Trattoria Il Duomo di Fidenza per un progetto legato alla territorialità e alla tradizione.

Andrea ha un sua precisa idea di tradizione e territorialità, una tradizione considerata non come una pesante eredità ma un qualcosa che si possa costruire ogni giorno.
Costruire le differenze è molto più importante che favorire l’omogeneità.
La nostra tradizione è composta da “infinite diversità in infinite combinazioni” questa è la condizione necessaria di un’altra faccia della sostenibilità, quella culturale, intesa come la capacità di mantenere e riprodurre nel tempo i principi e i valori territoriali in grado di alimentare la cultura globale.
La tradizione come valore da trasmettere, ciò che l’uomo tenta di affidare al proprio oltre, individuando la propria identità, facendola sopravvivere a sé stessa.
Cercando di allontanarsi dall’idea di tradizione che trova la propria identità nell’abitudine costrittiva, obsoleta e non autentica.
Le diverse tradizioni, il loro rispetto, la loro salvaguardia sono entità positive, creano un equilibrio ricco di varietà, fecondo di cambiamenti, pieno di vitalità.
Il mondo di Andrea, di cui mi ha reso partecipe, é un mondo di ritualità e di sapienti gesti, vederlo all’opera nella sua cucina, mi ha fatto ricordare un vecchia massima che ho letto da qualche parte: ‘…fai il lavoro che ami e non lavorerai per tutta la vita…’
Nell’immagine lo vedete all’opera con la sfoglia, sapientemente tirata per dei gustosissimi tortelli alle erbette ( ;

marco balduzzi

happy in bamboostudio

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