Spazi fisici e digitali

In qualità di architetto, con una decina d’anni di esperienza anche in progetti di comunicazione, devo ammettere che uno dei settori che più mi sta attraendo è quello del retail, per la grande rivoluzione che sta affrontando. Premetto che progettare spazi in cui far muovere le persone stabilendo anche, con un po’ di presunzione, come farle muovere, è uno degli aspetti più allettanti della mia professione.

In ambito retail questi “movimenti” stanno cambiando ormai da qualche tempo, gli spazi fisici sono stati affiancati dagli spazi digitali e ciò ha letteralmente tracciato nuovi percorsi di cui disporre per portare a termine il proprio acquisto.

Showrooming e ROPO indicano le nuove modalità d’acquisto del cliente, a seconda che “invada” prima lo spazio fisico e a seguire quello digitale o viceversa. In altre parole, se si reca in negozio per vedere o provare un prodotto che poi acquista online è in modalità showrooming, al contrario, se ricerca informazioni online per poi procedere all’acquisto offline applica il ROPO (acronimo di Research Online, Purchase Offline).

Non mi addentro in dettagli di competenza dei marketing manager, sottolineo solo che l’esperienza d’acquisto del consumatore è cambiata e cambierà sempre più se consideriamo il fatto che i nuovi consumatori sono e saranno per forza di cose sempre più nativi digitali. Il negozio fisico non potrà scomparire, ma ritengo che dovrà aggiornare i propri spazi a queste dinamiche.

roberto zanolettiarchitect at bamboostudio

Infinite Diversità in Infinite Combinazioni

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Ci piace pensare che il nostro lavoro possa essere influenzato da questo pensiero.

Cercare di mantenere e riprodurre la varietà culturale come salvaguardia delle diversità e spinta verso il progresso e l’innovazione.

Crediamo che le differenze possono combinarsi per creare nuova verità e bellezza, in altre parole una sostenibilità culturale a tutto tondo capace di riprodurre varietà culturale e di pensiero.

A tal proposito vorrei ricordare le parole del monaco buddista Kenkô e le riflessioni di Ken Tadashi Oshima riguardo la casa minima che trovano eco ancora oggi nel modo estremo di abitare dell’architettura residenziale contemporanea.

Il tema è particolarmente sentito da molte generazione di Architetti di diverse nazionalità. Il CIAM degli anni trenta aveva dedicato particolare attenzione alla casa minima, così come il MoMA nel quarantacinque e nel quarantanove con Marcel Breuer.

«Una casa, lo so bene, non è che una dimora temporanea, ma che gioia trovarne una dalle proporzioni armoniose e dall’atmosfera piacevole. 

In qualche modo si ha l’impressione che persino la luce della luna, quando illumina l’interno della tranquilla dimora di una persona di buon gusto, abbia un effetto più intenso ed emozionante che altrove. Anche se non è alla moda o decorata in modo elaborato, una casa ci piacerà per la sua bellezza senza pretese, per un boschetto di alberi dall’aria indefinibilmente antica; per un giardino in cui le piante, crescendo in modo spontaneo, hanno un fascino particolare; per una veranda e uno steccato di legno traforato costruiti in modo interessante; e per qualche oggetto personale lasciato in giro con noncuranza, che dà al luogo un senso di vissuto. Una casa che è stata lucidata con ogni cura da uno stuolo di operai, in cui sono in bella mostra strani e rari mobili cinesi e giapponesi e persino l’erba e gli alberi del giardino non vengono fatti crescere in modo naturale, è brutta a vedersi e molto deprimente. Come si può vivere a lungo in un posto simile? Anche lo sguardo più distratto noterà quanto è probabile che una casa così si trasformi in fumo in un istante.» Kenkô

Un parallelo potrebbe essere fatto con la “capanna primitiva” reso immortale da Marc-Antoine Laugier (1711-1769), con la struttura a quattro colonne che sostiene la trabeazione e l’idea di Kenkô che non voleva descrivere una forma specifica o definire la bellezza assoluta.

Entrambi però suggerivano il sostanziale ritorno alle origini, attraverso “un ripensamento di ciò che si fa abitualmente, un tentativo di dare nuova validità alle azioni di tutti i giorni” proponendo sia di un nuovo spazio che di una nuova struttura in cui abitare mantenendo la loro richiesta primaria, di vivere in sintonia con i cicli del giorno della notte, delle stagioni e degli anni – “collegando così tra loro le abitazioni dell’uomo nel passato, presente e futuro”.

L’alloggio minimo non impone solo un abitare minimo, ma anche una diversa percezione degli elementi e una sapiente integrazione con il circostante (quasi deandreiano), urbano e naturale. 

Proponendo un abitare minimo ci si interroga su cosa sia assolutamente necessario per vivere e dimorare in una casa.

La casa minima è vitale oggi quanto lo era subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. 

“L’idea dell’abitazione minima continua a evolversi in modo metabolico anche attraverso il presente” portando all’estremo la premessa “Less is more”.

Stefano Pigazzani

Costruire le differenze

Il mondo é nelle mani di coloro che hanno il coraggio di sognare e correre il rischio di vivere i propri sogni (Paulo Coelho).

Nel mio lavoro sono a contatto con tantissime persone, di varia natura, costantemente mi meraviglio della varietà e della complessità umana, persone a loro modo eccezionali che con coraggio e a volte incoscienza, riescono a superare ogni prova che gli si prospetti davanti.

Recentemente ho fatto un incontro del tutto particolare, ho incontrato Andrea Ghiozzi, della Antica Trattoria Il Duomo di Fidenza per un progetto legato alla territorialità e alla tradizione.

Andrea ha un sua precisa idea di tradizione e territorialità, una tradizione considerata non come una pesante eredità ma un qualcosa che si possa costruire ogni giorno.
Costruire le differenze è molto più importante che favorire l’omogeneità.
La nostra tradizione è composta da “infinite diversità in infinite combinazioni” questa è la condizione necessaria di un’altra faccia della sostenibilità, quella culturale, intesa come la capacità di mantenere e riprodurre nel tempo i principi e i valori territoriali in grado di alimentare la cultura globale.
La tradizione come valore da trasmettere, ciò che l’uomo tenta di affidare al proprio oltre, individuando la propria identità, facendola sopravvivere a sé stessa.
Cercando di allontanarsi dall’idea di tradizione che trova la propria identità nell’abitudine costrittiva, obsoleta e non autentica.
Le diverse tradizioni, il loro rispetto, la loro salvaguardia sono entità positive, creano un equilibrio ricco di varietà, fecondo di cambiamenti, pieno di vitalità.
Il mondo di Andrea, di cui mi ha reso partecipe, é un mondo di ritualità e di sapienti gesti, vederlo all’opera nella sua cucina, mi ha fatto ricordare un vecchia massima che ho letto da qualche parte: ‘…fai il lavoro che ami e non lavorerai per tutta la vita…’
Nell’immagine lo vedete all’opera con la sfoglia, sapientemente tirata per dei gustosissimi tortelli alle erbette ( ;

marco balduzzi

happy in bamboostudio

Il tempo della diversità

In costante difesa della diversità e della pluralità, intesa come elemento di forte positività, vi segnalo questa importante mostra romana di Gaetano Pesce, architetto, designer e scultore.
Il titolo della mostra é un puro invito a riflettere sul tema – “Il tempo della diversità” una retrospettiva a cura di Gianni Mercurio e Domitilla Dardi fino al 5 ottobre al MAXXI che ripercorre tutta la sua attività attraverso sette percorsi tematici: Non standard, Persona, Luogo, Difetto, Paesaggio, Corpo e Politica.
Sono le parole dello stesso Pesce a evidenziare il corpus di tutta la mostra:
“Quando siamo al cimitero, siamo tutti uguali; quando siamo vivi, siamo diversi”, questa mostra vuole fare riflettere sull’impossibilità di porre freni alla libera espressione e di non cedere all’omologazione e al pensiero unico.

Roma // fino al 5 ottobre 2014
Gaetano Pesce – Il tempo della diversità
a cura di Gianni Mercurio e Domitilla Dardi
MAXXI
Via Guido Reni 4A
+39 06 39967350
info@fondazionemaxxi.it
www.fondazionemaxxi.it

www.gaetanopesce.com

marco balduzzi

happy in bamboostudio

Quando riaffiora il ricordo di una Architettura

16 Maggio 2014, Dessau, Germania.

Un vasta folla si raccoglie in occasione della inaugurazione del nuovo visitor-center del complesso di case dei professori del Bauhaus. Dopo circa settant’anni dalla chiusura da parte del regime Nazista si è finalmente giunti alla riapertura del complesso del Bauhaus. Dietro al design di questo piccolo edificio così profondamente contemporaneo e così minimale da sembrare uno step oltre lo stile moderno, si cela una storia alquanto articolata e di grande interesse.

Nel 1919 Walter Gropius fondò a Weimar quella che sarà ricordata come la scuola di Architettura, Arte e Design più influente e rappresentativa della modernità, nel 1925  a causa delle sempre maggiori pressioni da parte delle forze politiche conservatrici la scuola si traferì a Dessau. Per l’occasione Gropius stesso progettò e realizzò gran parte degli edifici del complesso, tra cui la serie di residenze per i principali professori della scuola. Furono progettate tre ville doppie per László Moholy-Nagy, Lyonel Feininger, Georg Muche, Oskar Schlemmer, Wassily Kandinsky and Paul Klee mentre il direttore della scuola, Gropius stesso, occupò una villa di maggiori dimensioni singola. Lo stile delle residenze era puramente moderno, forme cubiche prive di ornamento, essenzialmente bianche con qualche elemento derivato dall’architettura industriale.

Una delle poche fotografie della casa di Gropius nel suo design originale.

Queste architetture, emblema del Movimento Moderno ebbero però vita breve, le pressioni politiche non cessarono e il Bauhaus dovette chiudere definitivamente nel 1933. Da quella data le residenze furono abbandonate, per di più il 3 Marzo 1943 durante un bombardamento alleato la villa di Gropius venne quasi completamente distrutta. Ma la beffa non finì quì: terminata la guerra i nuovi proprietari del terreno ottennero il permesso di costruire una nuova casa al posto delle macerie la quale, su espressa volontà dell’amministrazione locale, avrebbe dovuto aver il tetto a falda ed uno stile che negava l’eredità moderna, quasi a voler negare l’esistenza di quel movimento d’avanguardia proprio nel luogo dove era nato.

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Le residenze degli insegnanti. Sulla destra l’edificio che negli anni ‘50 ha sostituito la casa di Gropius

Solo nel 1992 Dessau ha ricominciato lentamente a riappropriarsi di quel patrimonio culturale ristrutturando le ville rimamenti. Venne in seguito istituita la Fondazione Bauhau che si trovò tra le mani una questione spinosa che non poteva non essere affrontata: come comportarsi di fronte alla residenza di Gropius? La tentazione era quella di ricostruirla secondo il disegno originario, questa soluzione però avrebbe significato negare a sua volta gran parte della storia tedesca: dalla opposizione politica alla scuola alla ricostruzione post-bellica passando per le bombe alleate. In alternativa si sarebbe dovuto lasciare tutto com’è e la villa di Gropius sarebbe rimasta documentata solo attraverso le fotografie dell’epoca.

E’ però attraverso un recente concorso che si è trovata la soluzione a questo quesito, una soluzione alternativa ad entrambe queste due ipotesi. La risposta al problema la danno i berlinesi Bruno Fioretti Marquez Architects con un progetto profondamente teorico. “I nostri ricordi prendono vita con sfocature e imprecisioni” dice l’architetto Josè Marquez. Il progetto prevede infatti una ricostruzione che evochi un ricordo piuttosto che dare una risposta precisa. La forma volumetrica dell’edificio di Gropius viene mantenuta, i dettagli però spariscono del tutto. L’edificio si trasforma in una scultura, un monumento all’eredità perduta. Il minimalismo moderno viene portato ad un livello ulteriore, quello di una forma vaga, annebbiata, non finita, quasi fosse il fantasma dell’architettura che fu.

Filippo Ogliani

architect at Bamboostudio

#bamboostudio

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"Architecture is Communication, Communication is Architecture."

Hello!

Bamboostudio oggi inaugura questa nuova piattaforma di comunicazione.

Bamboo è uno studio multidisciplinare di architettura e comunicazione composto da professionisti dalle diverse competenze.
L’intento di questo blog è quello di sviluppare, divulgare, condividere pensieri e idee sulle tematiche che ogni giorno Bamboo si trova ad affrontare in ambito professionale. Tratteremo di Architettura, Design, Comunicazione, Web, Arte, Fotografia cercando di creare un ponte tra la nostra professione e le nostre passioni. 

Viviamo in una società complessa e stimolante, questo spazio ci darà l’occasione per raccogliere questi stimoli e condividerli con voi.

Greetings!

http://bamboostudio.it/  

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